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COME INCOMINCIARE A VOLERSI BENE – ALTRE STORIE
Di Zila Carnevale

Incontro C. in un ambiente sportivo. E’ vestita secondo la moda anni ’70: pantaloni jeans a zampa aperti alla fine della gamba, camicetta bianca con le rouches; capelli biondi lunghi e piercing sulla lingua. E’ sorridente, ma ha uno sguardo perso, triste.

 E’ come una signora travestita da bambina.

Mi sente parlare con una amica della mia attività di counselor nelle scuole con studenti e famiglie. Sembra interessata. Le dò il numero di telefono e le dico di chiamarmi quando vuole. In presenza o a distanza il primo colloquio è sempre gratuito.

Incontro P., anche lui in un ambiente sportivo, lo stesso circolo. Età indefinita, in sovrappeso ma agile e gioviale. Mi dice che si è iscritto al circolo perché vuole riprendere l’allenamento in maniera regolare e gli piace farlo in compagnia. Mi chiede di accompagnarlo dal fruttivendolo a comprare della frutta che servirà a sfamarlo dopo l’allenamento. Subito capisco che questo signore – che poi si dichiara 65enne – ha costruito tutta la sua vita intorno ad una serie di certezze: < Il cibo non si conserva in frigo più di un giorno>; < nella mia famiglia sono tutti laureati>; < quando piove e non posso andare in motorino, rimango a casa> ; ecc. ecc.

E’ soddisfatto della sua vita professionale, quasi alla fine della sua carriera. Ha un certo acume intellettuale, ma le notizie e riflessioni che comunica sono datate, come se non si accorgesse del rapido cambiamento epocale che le professioni, i processi lavorativi e le persone stanno attraversando ora nella rivoluzione dell’intelligenza artificiale. E soprattutto mostra un “ego” smisurato: parla sempre in prima persona, perfettamente lucido e lineare, come se fosse portatore del “verbo” senza alcun dubbio o perplessità. < Questo mi piace>; < Questo non mi piace>. Anche quando descrive la sua squadra di lavoro parla in prima persona. Non usa mai il “noi”. Tuttavia mostra una affezione paterna nei confronti dei giovani collaboratori che vuole far crescere, con l’obbligo di rimanergli accanto, come un genitore normativo: <Tizio deve fare questo; tizia deve fare quest’altro e lo deve fare così>. Dalla presentazione di P. sembra non si salvi niente: invece P. è una persona generosa. E’ pronto a pagare cene, trasporti, consumazioni per gli altri ed aiutare qualcuno in difficoltà. C’è un’ombra profonda nella sua esistenza che mi racconta come se fosse una trama di un film di cui è spettatore, senza mostrare alcuna emozione, come se non gli appartenesse: ha perso la moglie di cancro, quando era molto giovane, dalla quale ha avuto una unica figlia che ha ormai trenta anni.

  1. e C. si incontrano nello stesso ambiente sportivo. C.  - la signora bambina – gli si presenta dicendo che alla sua età (mi racconta  poi che ha 52 anni) < non ho combinato niente di buono. Non ho figli, non sono sposata e vivo ancora a casa dei miei, in provincia di Bergamo>. Il mio lavoro di counselor è iniziato da questa narrazione in cui ho chiesto di raccontarmi i suoi studi, il suo iter lavorativo e valorizzando la sua autoefficacia all’interno della dimensione professionale che comunque la rendono stabile ed al centro di una rete di relazioni. Ma è l’ immagine di sé rispetto alla famiglia e l’ aspettativa della famiglia (in particolare della madre) che ha tradito – <non sono sposata e non ho figli > fanno abbassare il livello di autostima ai minimi termini. Per sopravvivere C. sviluppa un enorme Falso sé: rimane la bambina da proteggere, coccolare e cerca di soddisfare questo bisogno con l'aiuto di tutti: le amiche molto più grandi di età  (surrogate della madre) e gli uomini  più anziani con i quali intesse relazioni (uomini sposati, che non hanno alcun progetto di convivenza, matrimonio, figli).
  2. incontra P. e si fa avanti percependo a livello inconscio la ricerca di P. di una donna con la quale ricostruire la famiglia persa, come se si sentisse monco di una presenza femminile nelle sue relazioni amicali e a casa. Malgrado inizialmente non convinto P. approfitta per la intensa attività sessuale che C. gli propone. E in poco tempo P. chiede a C.  di andare a vivere presso la sua abitazione, a Roma, grazie alla possibilità di C. di svolgere il suo lavoro prevalentemente a distanza. C. accetta subito, come se fosse trasfigurata <da un dono del Signore> e si trasferisce nella capitale senza conoscere alcuno, completamente dipendente economicamente, mentalmente, socialmente da P.

Connubio perfetto?

Dalle conversazioni in seduta di counseling con lui e con lei e con entrambi è chiaro che ciascuno ha dato spazio al Falso sé che prevale in maniera tirannica sul Vero Sé. P. realizza il suo progetto di non essere più solo – anche se si tratta di una solitudine sessuale e di compagnia per continuare a godere dei viaggi e degli hobbbies che pratica. Non è una comunione con una persona che lo potenzia ed entra nella sua intimità esistenziale. La sua defunta moglie, solamente lei ormai idealizzata, poteva ricoprire questo ruolo.

E C. corona il suo profondo bisogno di continuare ad essere bambina, con qualcuno che la protegga e la fa sentire sicura e non le sbatte continuamente in faccia – come la sua famiglia di origine – il suo percepito fallimento di mancata madre, mancata sposa. C. mi dice che le sembra strano quasi che da quando è con P. <desidera mangiare la cioccolata, proprio quella che mangiava da piccola nel suo paese>.

Questa convivenza ogni tanto si rivela una prigione dorata da cui C. scappa, manifestando un chiaro segno di attaccamento disorganizzato: mentre parla con conoscenti, amici di P. si allontana senza dire niente, facendo andare su tutte le furie (all’ennesima scomparsa) P. da cui cerca poi perdono come una bambina discola. Falso sé, masochismo, completa collusione nella relazione rendono il mio lavoro difficile nel tentare di aprire uno spazio di consapevolezza in C.: l’obiettivo è fare in modo che C.  scelga, se vuole, di continuare a comportarsi come fa, ma in maniera consapevole.  E può riuscire a regolare la sua ansia di libertà con un uomo che diventa in alcuni momenti un tiranno con lei,  dicendole come si deve vestire e quando deve parlare per non essere invadente. Il Falso Sé (eretto da P. e da C.) rivelano una struttura di personalità del bambino/a all’interno del nucleo familiare e/o sociale che non ha dato la possibilità né all’uno, né all’altra di esprimersi nella propria autenticità e creatività. E’ un abito fisico, mentale, psicologico che ognuno di noi indossa in certe particolari circostanze, quando non è consentito mostrarsi nella pienezza del proprio essere. Ma nel caso di queste persone il Falso sé ha compresso le parti autentiche del bambino e   della bambina che volevano essere, perché questo era l’unico modo per sopravvivere ed essere accettati.

E’ sano poter ricostruire la propria storia di amore avuto e amore mancato per essere più consapevoli e pronti a mostrare i propri punti di forza e di debolezza e per essere pienamente autentici in una relazione di coppia, amicale ed anche professionale. Quando si toccano le parti del nucleo profondo di sé, della propria intimità psichica, diventiamo vulnerabili. E’ meglio potersi raccontare ed integrare anche il bambino/a che voleva cura ed accudimento e non è stata visto o accettato pienamente.

You have been given a gift. It is called life. And with this gift you have been given all of the talents, all of the knowledge and all of the power to create whatever it is you want to create on this Earth. Regardless of what shape or form this gift comes in for you, you owe it to yourself to go out there and become the best person you can possibly be, doing whatever it is that you want to do and use your gift to see what an amazing life you can create for yourself. You serve no one, especially not yourself, by choosing to be average.

 ANONIMO AUTRALIANO